La prima vera frase

Era da qualche giorno che dopo aver portato i bambini a letto Bia non riusciva ad addormentarsi e mi chiamava in continuazione. Alla fine, all’ennesima volta che andavo in camera loro, mi sdraiavo accanto a lei accarezzandole la testolina e mentre ammiravo la sua dolcezza aspettavo che si abbadonasse al sonno. Devo dire peraltro che a lei questa espressione di addice particolarmente. Durante il giorno è sempre sul pezzo, sempre pronta a crescere, a “combattere”, a farci vedere quanto è determinata e consapevole che sono così felice per lei quando la sera la vedo lì, sdraiata nel suo letto, con gli occhi chiusi, che si lascia finalmente andare mettendo da parte l’armatura.

image1Ma torniamo alla storia iniziale. Ieri sera, come nei giorni scorsi, Bia mi ha chiamato. Sono andata da lei, le ho dato un bacino, le ho detto che era tardi e che era ora di dormire e sono uscita.  Mi ha richiamato e sono tornata da lei. A quel punto è successa una cosa magica. “Mamãe”, poi si ferma un attimo e vedo i suoi occhi che si illuminano mentre la sua bocca tutto d’un tratto risponde al suo pensiero “Mamãe, però io non voglio la luce”.

Ebbene sì, quando i bambini vanno a letto accendiamo il lumino “anti-fantasmi” e una catena luminosa con delle palline colorate che fa una luce soffusa ma sicuramente più evidente del lumino. L’ho spenta, le ho dato un bacino e sono uscita dalla stanza. Un minuto dopo dormiva.

Ci sono voluti giorni per far uscire quella frase e non dimenticherò mai quegli occhi soddisfatti di quando finalmente ci è riuscita! La delusione di dover arrendersi all’avere quella luce perché non era in grado di dirci che le dava noia è stata sostituita in un attimo dalla soddisfazione e gioia di essere riuscita a comunicare verbalmente con noi. Voleva farlo in modo esemplare, un “luce no” non era sufficiente. Si è leonesse anche quando si va a dormire.

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Prenditi il tuo tempo

Uscire di casa, specialmente la mattina, è spesso un momento di fretta. Metti la giacca ad uno, metti la giacca all’altra, ricordati di mettertela anche te, chiudi le porte delle camere per evitare invasioni di campo del cane in nostra assenza, prendi la borsa (anzi, le borse, dato che c’è anche quella del pranzo) e le chiavi, non dimenticare il telefono, chiudi a chiave la porta, controlla che Bia in quei tre secondi necessari per chiudere non si lanci giù dalle scale mentre Philip è già al portone, dai la mano alla piccola perchè possa scendere, gestisci il conflitto tra i due perchè entrambi vogliono premere il tasto che apre il portone. Prima tappa raggiunta: siamo per strada.

Mano di uno, mano dell’altra (che vuole sempre comunque darla anche al fratello), andiamo verso la macchina, fai salire uno, fai salire l’altra (l’ordine dipende da quale sportello in quel momento sta sul lato marciapiede), controlla che chi non è ancora dentro non si lanci in mezzo di strada, allaccia le cinture di uno, allaccia le cinture dell’altra, recupera la borsa abbandonata chissà dove, sali in macchina. Seconda tappa raggiunta: siamo in macchina.

In questi momenti (che poi complessivamente durano cinque minuti), il desiderio di poter accellerare tutto è spesso lì, che preme. Sei sveglia già da almeno due ore, devi ancora portarli al nido (occasione in cui scenderanno dalla macchina entrambi) e alla materna per poi andare in ufficio.

Ho letto un articolo una volta in cui si diceva che essere un bambino che nasce oggi significa avere un’aspettativa di vita che può arrivare sempre più facilmente ai cento anni: perché allora voler metter loro fretta? Hanno tutta la vita per correre, ma non tutta la vita per vivere e guardare il mondo con gli occhi puri di un bambino.

Ecco, allora, bambini miei, io non vi metterò fretta. Prendetevi il vostro tempo. Prendetevi il tempo per camminare per strada,  per salire in macchina, per bloccarvi con le gambe in aria mentre salite perché avete visto che sotto al sedile c’è quella pallina che cercavate da mesi, per scendere dalla macchina con i vostri ritmi, concedetevi quegli attimi in cui rimanete seduti prima di scendere, (la maggior parte delle volte perché state valutando se scendere col salto o no), fermatevi a guardarvi intorno, continuate a bloccarmi per farmi vedere le foglie che sembrano degli animali, camminate senza correre sotto alla pioggia se in quel momento è quello che desiderate. Dal canto mio io mi prenderò il mio tempo per osservarvi e per riscoprire il mondo con i vostri occhi.

Alla fine dei conti, per noi, si tratta solo di metterci un semplice minuto in più per arrivare in ufficio… con la consapevolezza di non aver violato il loro diritto ad essere semplicemente bambini.

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Quando torna il papai?

Sono le otto e mezzo. I bambini  hanno mangiato, si sono rilassati con un cartone e un libro e ora sono pronti per andare a letto.

Parte la gara di chi arriva prima in bagno a lavarsi i denti e di chi poi arriva prima in camera. Spengo le luci e accendo una piccola lucina che aiuta a tenere lontani i fantasmi e i mostri cattivi. Vado dalla piccola Bia, le sussurro nell’orecchio che sono orgogliosa di come sta crescendo, la riempio di baci e le auguro una buona notte. So già che non appena mi alzerò controllerà con l’occhio già mezzo chiuso che vi siano intorno a lei tutte le sue bambole di pezza e che poi si abbandonerà al sonno massaggiandosi l’orecchio.

Vado da Philip. Altro figlio altro rito. Parliamo di come è stata la nostra giornata, gli dico che sono fiera di lui e lo riempio di baci. A quel punto non posso non dare un bacio al suo dinosauro, che è sempre pronto a darmi un morso sul naso o sulla guancia. Philip ride di gusto. Tutte le sere.

Gli sto dando l’ultimo bacino e nel silenzio della sera e nel buio semi illuminato dalla lucina anti-fantasmi mi guarda e mi dice “ma quando torna il papai? Mi manca tanto!”. Gli dico che torna presto e mi faccio dare un bacino che poi gli consegnerò al rientro.

Esco dalla camera pensando che, per quanto mi sforzi, è difficile spiegargli che usciamo di casa la mattina tutti insieme alle 8, ma che il papai prima di una certa ora non rientra. Non fraintendiamoci, esistono situazioni molto più complesse, e Philip e Bia hanno la fortuna di respirare costantemente l’amore dei loro genitori. Però non posso non arrabbiarmi, perché stiamo a parlare proprio in questi giorni della Norvegia come paese più felice, piuttosto che del modo di vivere (il famoso hygge) in Danimarca e non ci domandiamo cosa rende possibile queste attitudini. Ecco io penso che fino a quando non ci scrolliamo di dosso la mentalità per cui conta più quanto tempo resti in ufficio piuttosto che quanto bene lavori, se non ci leviamo dalla testa che non si può sovraccaricare i lavoratori perché questo crea solo malessere diffuso, se si continua ad avanzare per conoscenze o per età e non per meriti, se gli stipendi non riflettono le responsabilità, se non capiamo che i papà e le mamme hanno diritto di viversi la loro famiglia e che alle cinque e mezzo-sei del pomeriggio dovrebbero essere a casa (senza che questo abbia un minimo impatto sulla loro carriera), se lavoro e figli si escludono quasi a vicenda..se non guardiamo al futuro in modo costruttivo e orientato al benessere e all’amore allora abbiamo deciso di perdere.

 

 

è una magia che non ti abbandona

Infilo la mano nella tasca del cappotto per tirare fuori le chiavi dell’ufficio, mi imbatto in una macchinina rosso fuoco e ringrazio la vita per questo sorriso.

Sì, perché è proprio così. Quando non sei con i bambini i loro giocattoli prendono vita. Me ne rendo conto le rare volte che sono sola in casa. Passo davanti alla loro camera e ho come la sensazione che i loro giochi mi parlino, mi dicano che sono (come me) felici di avere un attimo di tranquillità ma allo stesso tempo desiderosi che rientrino il prima possibile.

Mi sono resa conto che sono mesi che ho un minuscolo spazzolino da denti della mini casa delle bambole di mia figlia nella tasca di un paio di jeans. Rimane lì, nonostante le lavatrici, nonostante i jeans vengano spesso levati al volo e appoggiati sulla sedia. Lui resta lì e mi rende felice tutte le volte che metto quei pantaloni. Sono in una riunione, metto per caso la mano nella tasca e lui è lì pronto a farmi sorridere, sono in coda e lui è sempre lì con il suo potere magico, sono davanti alla stampante aspettando dei documenti e lui mi ricorda che quell’attesa è l’opportunità per staccare la spina per qualche secondo.FullSizeRender

Il potere dei loro giochi è tanto più forte quanto più si è lontani. Sei in aeroporto da qualche parte nel mondo, metti la mano in tasca e ti basta toccarli per avere la sensazione di essere in una bella domenica di primavera a giocare e ridere con loro. Quasi ti commuovi.  Il papà dei nostri bambini l’ha fatta addirittura diventare una tradizione. Prima di ogni viaggio si sceglie un piccolo gioco e lo mette in valigia – un compagno di viaggio, un modo per non uscire mai da quella magia!