Quando torna il papai?

Sono le otto e mezzo. I bambini  hanno mangiato, si sono rilassati con un cartone e un libro e ora sono pronti per andare a letto.

Parte la gara di chi arriva prima in bagno a lavarsi i denti e di chi poi arriva prima in camera. Spengo le luci e accendo una piccola lucina che aiuta a tenere lontani i fantasmi e i mostri cattivi. Vado dalla piccola Bia, le sussurro nell’orecchio che sono orgogliosa di come sta crescendo, la riempio di baci e le auguro una buona notte. So già che non appena mi alzerò controllerà con l’occhio già mezzo chiuso che vi siano intorno a lei tutte le sue bambole di pezza e che poi si abbandonerà al sonno massaggiandosi l’orecchio.

Vado da Philip. Altro figlio altro rito. Parliamo di come è stata la nostra giornata, gli dico che sono fiera di lui e lo riempio di baci. A quel punto non posso non dare un bacio al suo dinosauro, che è sempre pronto a darmi un morso sul naso o sulla guancia. Philip ride di gusto. Tutte le sere.

Gli sto dando l’ultimo bacino e nel silenzio della sera e nel buio semi illuminato dalla lucina anti-fantasmi mi guarda e mi dice “ma quando torna il papai? Mi manca tanto!”. Gli dico che torna presto e mi faccio dare un bacino che poi gli consegnerò al rientro.

Esco dalla camera pensando che, per quanto mi sforzi, è difficile spiegargli che usciamo di casa la mattina tutti insieme alle 8, ma che il papai prima di una certa ora non rientra. Non fraintendiamoci, esistono situazioni molto più complesse, e Philip e Bia hanno la fortuna di respirare costantemente l’amore dei loro genitori. Però non posso non arrabbiarmi, perché stiamo a parlare proprio in questi giorni della Norvegia come paese più felice, piuttosto che del modo di vivere (il famoso hygge) in Danimarca e non ci domandiamo cosa rende possibile queste attitudini. Ecco io penso che fino a quando non ci scrolliamo di dosso la mentalità per cui conta più quanto tempo resti in ufficio piuttosto che quanto bene lavori, se non ci leviamo dalla testa che non si può sovraccaricare i lavoratori perché questo crea solo malessere diffuso, se si continua ad avanzare per conoscenze o per età e non per meriti, se gli stipendi non riflettono le responsabilità, se non capiamo che i papà e le mamme hanno diritto di viversi la loro famiglia e che alle cinque e mezzo-sei del pomeriggio dovrebbero essere a casa (senza che questo abbia un minimo impatto sulla loro carriera), se lavoro e figli si escludono quasi a vicenda..se non guardiamo al futuro in modo costruttivo e orientato al benessere e all’amore allora abbiamo deciso di perdere.

 

 

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