Bollettino di questi primi 5 anni

Oggi cinque anni fa abbiamo scoperto di essere incinti di Philip. A distanza di due gravidanze, almeno una trentina di volte in cui ho ripetuto il mio codice fiscale, 24 mesi complessivi di allattamento, una tonnellata di frutta sbucciata, due minipimer, un numero incalcolabile di pannolini e un secolo di ore di sonno perse, è arrivato il momento di fare un primo bollettino.etuttocambio.com (3)

In ordine temporale sparso, ho imparato:

  • Che quando hanno pochi mesi, la volta in cui  pensi “bene, ha poppato, ha fatto la popò, era stanco, ora si è addormentato beato e ho un pochino di tempo per ricordarmi almeno chi sono”, ecco tutte le volte che lo pensi loro si sveglieranno dopo dieci minuti esatti e sarà la giornata in cui dormiranno poco, popperanno molto e vorranno starti sempre e solo in collo.
  • Che la sera in cui parcheggi la macchina a centinaia di metri di distanza da casa per via della pulizia delle strade (che nel 2017 dobbiamo ancora fare spostando le vetture) è esattamente la sera in cui i bambini sono più cotti del solito, in cui non hanno voglia di camminare, in cui la tua borsa pesa quanto un bronzo di Riace e in cui hai almeno due sacchetti di spesa da portare.
  • Che quando sei sola con quei due, loro sanno esattamente di essere in maggioranza e se vogliono riescono a devastarti.
  • Che a tutti quelli che guardandoli piccoli e calmi nel passeggino ti dicono “che angelo, così tranquillo, siete fortunati” ti verrebbe da rispondere “prova a trasferirti a casa nostra per 24 ore e poi ne riparliamo”.
  • Che quando viaggi in aereo ti sembra di essere in un film di 50 anni fa in cui vedi famiglie di 5 persone viaggiare per migliaia di chilometri in una cinquecento con la poltrona sul tettuccio e la parmigiana di melanzane sulle ginocchia.
  • Che ti puoi scordare di uscire di casa “leggera”, perchè ci sarà sempre qualcosa da portare in più “nell’eventualità che…”
  • Che non fai in tempo a rimettere le fodere del divano finalmente di nuovo pulite, che torneranno ad essere un patchwork di macchie e sfumature.
  • Che i cinque minuti seduta sulla tazza si traformano regolarmente in riunioni di famiglia.
  • Che fare la doccia, incremarsi, vestirsi e pettinarsi è una parentesi che non può durare più di 7 minuti al massimo.
  • Che quando rientri a casa a fine giornata e la piccola di strappa la camicia pur di prendere il tuo latte e il grande è sfinito dopo 9 ore di nido, ha fame e vuole le tue coccole, l’unica soluzione è fare un bel respirone e attingere alle riserve di energia che a fatica hai messo da parte.
  • Che la sera in cui vai a letto presto perchè sarai sfinita, sarà l’inizio di una notte in cui si sveglieranno mille volte.
  • Che se devono ammalarsi lo faranno il giorno in cui hai un importante appuntamento di lavoro, in cui la baby-sitter è fuori città, in cui tutti gli amici sono alle Seychelles e i nonni non riescono a liberarsi.
  • Che tutte le volte in cui ti fai prendere dall’entusiasmo e dici ” bambini, dai, facciamo un bel dolce insieme”, dovresti cercare di ricordarti almeno una volta della situazione in cui troverai loro e la cucina cinque minuti dopo.
  • Che quando parli con gli altri genitori è tutto un “mio figlio fa così, è così, dice così”, ma in realtà ti rendi conto che con questi nanetti le generalizzazioni stanno a zero e che i bambini sono per definizione imprevedibilità e cambiamento. Per cui, mettiamoci l’anima in pace.
  • Che se decidi di dare priorità alla tranquillità e ad un minimo di quieto vivere, devi rinunciare alla casa perfetta e alla cena stile ristorante stellato.
  • Che molta della tua alimentazione è composta di piccoli elementi quali: assaggiare per capire se non è troppo caldo, leccare ciò che si sta sciogliendo o cadendo, fnire ciò che resta nel piatto..
  • Che se non metto di proposito un punto a questa lista, rischio di non finire più.

Ma la cosa più bella che ho imparato è che per quanto stancante e sfinente, essere genitori è un regalo della vita. Essere genitori significa avere l’opportunità di crescere di nuovo, di guardare il mondo con gli occhi della semplicità, di scoprire come se fosse la prima volta.

Ho imparato che per ogni attimo di stanchezza, c’è un primo dentino che spunta, una prima parola detta, un primo passo in piedi. Per ogni attimo in cui ti senti stravolta, c’è un sorriso che ti travolge, un abbraccio che ti riscalda, una manina che sprigiona un’energia che non ha eguali.

Ecco, in questi cinque anni ho imparato che tutto quello che i bambini ci stanno dando supera di gran lunga le energie che levano. Alla fine è questione di riderci sopra, di dare priorità a ciò che conta davvero, di riscoprire la gioia delle piccole cose e soprattutto di farsi prendere per mano da loro e lasciarsi andare.

 

 

 

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Questi nonni favolosi

Oggi, 2 ottobre, è la festa dei nonni.

Nella maggior parte dei libri per bambini e nell’immaginario collettivo, i nonni sono anziani (in alcuni casi con il bastone), sono in pensione e sono una coppia unita da cui i bambini si fanno felicemente viziare e coccolare.

A casa nostra il quadro è differente, ma non per questo meno bello o speciale. La nostra è quella che viene definita una famiglia allargata e quindi noi di nonni ne abbiamo tanti, anzi tantissimi dato che c’è ancora anche qualche rappresentanza della quarta generazione! Inoltre i nostri nonni non sono anziani e non sono in pensione. I nostri nonni vanno in moto, viaggiano molto, giocano a tennis, fanno cake design fino alle due di notte in occasione delle nostre feste e soprattutto lavorano molto. etuttocambio.com (2)

I nostri nonni non rappresentano quindi quella pietra miliare dell’organizzazione quotidiana di molte famiglie, ma non per questo sono meno presenti! La qualità della vita rappresenta per noi una priorità e questo si riflette anche su determinate scelte che abbiamo fatto, tra cui quella di vivere in una città a misura d’uomo e quella di non allontanarci troppo dai nostri super nonni!

Abbiamo una Oma che non appena rientra dai suoi viaggi di lavoro fa di tutto per farsi trovare pronta ad insegnarci ad andare in altalena o a portarci in qualche posto speciale. Abbiamo un Opa che gongola tutte le volte che i bambini vogliono giocare con lui e che prepara smalti con il succo di barbabietola. Abbiamo una vovò che usa il suo unico giorno di riposo settimanale per stare una notte e un giorno con i bambini, facendo con loro costruzioni in giardino e infornando dolci. Abbiamo un nonno M. che quando è a giro con loro è talmente orgoglioso che sembra la nazionale di calcio sul pullman della gloria ai mondiali del 2006. Abbiamo un nonno A. che non è tranquillo se in casa non ha la miglior marmellata di albicocche per loro e che non aspetta altro che addormentarsi sull’amaca con uno dei bambini sdraiato sulla sua pancia e abbiamo una nonna L. che non appena li vede inizia a giocare con loro, dimenticandosi di levarsi il cappotto e di appoggiare la borsa…per non parlare poi delle bis-nonne (che sono tre)!

I nostri nonni non sono nonni che possono andare tutti i giorni a prendere i bambini a scuola, ma sono nonni che in casi di necessità trovano sempre il modo di organizzarsi. I nostri nonni non sono in pensione, ma riescono sempre a trovare il tempo per i bambini. I nostri nonni non possono stare con noi nel quotidiano, ma ci pensano costantemente.

Per i bambini i nonni sono una garanzia, sono parte del loro concetto di vita, sono elementi della loro ritualità. Per loro, come ci siamo noi genitori, ci sono i nonni. Aspettano a gloria di vederli e regalano loro amore e sorrisi.

I nostri nonni sono innamorati dei loro nipoti, i nostri nonni, come tutti i nonni, sono speciali!

ps vederli preoccuparsi per cose che quando noi eravamo bambini non li smuovevano minimamente è troppo divertente!

Quei falsi amici che si aggirano per casa nostra

In casa nostra si parlano tre lingue: italiano, portoghese e tedesco. Tradotto: divertimento assicurato.

Quando chiedo ai bambini se qualcosa è “kalt” (freddo), la risposta è “no mamae, non è caldo, è freddo!”

Poi c’è il giorno in cui a tavola viene servito il mais. Che in tedesco e in italiano è il cereale, mentre in portoghese significa più/molto. Dunque se il papai a chiede “Você quer mais?”indicando, che so, il riso, i bambini rispondono “no papai non mi va altro mais” oppure “no papai, quello è riso, non mais”. Il colmo si raggiungerà quando capiranno che “milho” (ovvero come si dice mais in portoghese) non è il nostro miglio (parola che in italiano per fortuna ancora non conoscono).etuttocambio.com (1).jpg

Altro grande divertimento si crea con riferimento alla loro stanza. In portoghese “cama” sta per letto, ma ovviamente per loro sa più di “camera”, che invece si dice “quarto”… che non ha ovviamente niente a che vedere con la posizione in classifica.

Non possono poi mancare: “putzen” (pulire in tedesco) che niente ha a che vedere con qualcosa di mal odorante (anzi); “prego” (chiodo in portoghese) che se lo dai a qualcuno non credo che venga proprio considerato come gesto di cortesia; “obrigado” (grazie in portoghese) che quando lo dici non devi per forza sentirti così costretto; “roxo” (che si pronuncia roscio), che però sta per viola e non per rosso; “tante” che in tedesco però è la zia.

I falsi amici che si aggirano per casa nostra sono tanti…ma noi alla fine vogliamo loro un gran bene 😉

Ps la prima volta che sono andata in Brasile, ad una pranzo di famiglia, il papai, seduto dalla parte opposta del tavolo, mi dice “guardanapo”. E io “guarda chi?”. Ecco, quel giorno ho imparato che guardanapo significa tovagliolo.

 

 

 

 

Cosa possiamo imparare dal modello danese della felicità

A Natale dello scorso anno dei cari amici ci hanno regalato un libro che poi è diventato abbastanza conosciuto ovvero “Metodo danese per crescere bambini felici“.

L’ho letto con entusiasmo combinato a senso critico e quando per l’ennesimo anno la Danimarca si è classificata tra i paesi più felici al mondo la mia curiosità si è accentuata.

La combinazione fortunata si è manifestata a luglio quando, in cerca di un regalo per il nostro undicesimo anniversario, ho trovato un volo molto conveniente per noi quattro (due adulti e due bambini) con destinazione Billund.

Per quanto di primo impatto si possa pensare a un mobile dell’Ikea (ne approfitto per rimandare a questoarticolo che ci spiega la scelta dei nomi dei prodotti dell’azienda svedese), Billund è in realtà la città in cui si trova un’azienda che ha lasciato un segno indelebile nell’infanzia di molti, me compresa: Lego.IMG_7666.JPG

Ho subito pensato che era una bellissima occasione per conoscere meglio un paese di cui avevo visitato solo la capitale, per realizzare il sogno di andare a Legoland e per godersi un po’ di aria pura nel bel mezzo di un’estate torrida.

Il primo impatto con la Danimarca lo abbiamo avuto prima di partire. Siamo infatti andati su Airbnb e abbiamo prenotato il bellissimo appartamento di Ahmad. Molto luminoso, rigorosamente con il parquet, arredamento minimalista e nordico, ma con un equilibrato tocco di oro che rende il tutto più caldo. Ahmad è un ragazzo della nostra età, che lavora per un’azienda di moda, che è arrivato in Danimarca quando era molto piccolo e che ha una sorella minore nata sui fiordi e con cui parla in danese. Eccolo qui il primo aspetto che ci ha colpito: un bellissimo esempio di convivenza di culture.

Il secondo impatto viene dalle strade: camminando per la città abbiamo incrociato volti sorridenti, passi rilassati, ritmi sani. Gentilezza, disponibilità e fiducia nell’altro sono una caratteristica estremamente comune.

Si ha l’impressione di essere parte di un sistema che funziona. Parte di un meccanismo in cui ogni elemento contribuisce a far girare il tutto nel miglior modo possibile. Ciò che colpisce è che tutto questo avviene con estrema naturalezza. Non è una perfezione che ossessiona e opprime, che leva spazio alla stravaganza e alla creatività.

Al contrario, è come se il meccanismo funzionante fosse la base di partenza, che è lì, senza essere notata, è insita. Proprio perché è naturale non vuole essere estrema: incappare in una strada poco pulita o in un autobus in ritardo ti conferisce quella leggerezza che rende il tutto (im)perfetto. Perché diciamoci la verità, le cose troppo perfette stupiscono sul breve termine, ma a lungo andare stuccano e opprimono.

Il terzo e forse più evidente impatto viene dalla società stessa. Lo confermo, è vero, non sono leggende: in Danimarca non esistono differenze di ruolo tra madre e padre. Ma non solo, ciò che colpisce è che il tempo da passare per e con la famiglia è considerato priorità da tutti! Una mattina di un venerdì ci siamo imbattuti in un esercito di passeggini spinti da padri e/o madri di ogni cultura. Non sappiamo cosa stessero facendo, forse semplicemente una passeggiata tra neo-genitori, ma è stato emozionante (per noi che non siamo abituati) osservare quanto fosse normale e naturale la presenza dei papà.

Un contatto diretto mi ha raccontato che in Svezia un alto dirigente di un’azienda che non vada a prendere i figli a scuola almeno 3 volte a settimana è tendenzialmente considerato una persona “sbagliata”. Una persona che non sa organizzarsi sul lavoro, che non riesce a dare le giuste priorità alla vita. Fantascienza rispetto a molte realtà nazionali, compresa la nostra.

Della Danimarca poi colpisce ovviamente la natura, gli spazi aperti e le tante attività out-door che si possono fare (così come del resto in altri paesi del nord). Nel centro di Vejle, avevano addirittura messo una enorme sabbiera (simil spiaggia) in cui i bambini potevano giocare liberamente. Con sufficiente ironia avevano apposto un pannello con una enorme foto di una spiaggia caraibica con la scritta “Summer in Vejle”.

Ciò che ci ha fatto riflettere è stata la reazione dei nostri bambini. Oltre alla sabbia infatti, la città aveva messo a disposizione tantissimi tra secchielli e palette. I bambini hanno inizialmente esitato perché non capivano a chi appartenessero e quindi a quale bambino poter chiedere di prenderli in prestito. Dopo poco abbiamo visto che hanno iniziato a giocarci e quando siamo andati via Philip ci ha detto ” Sapete, ho giocato con i giochi di un altro bambino, anche se non sapevo di chi fossero, spero che non ci sia rimasto male”.

Forti di una recente visione di “Ortone” (un cartone davvero simpatico della Disney”), abbiamo spiegato loro che il “sindaCHI” della città aveva deciso di mettere i giochi a disposizione di tutti i bambini, che potevano così condividere una bella esperienza di gioco. La sera, mentre andavano a dormire, Philip ci ha detto ” è proprio carino il sindaCHI di questa città”.

Rientri in Italia e, nonostante lo shock termico, l’aria calda e umida da cui sei scappato ti rende felice. Sorridi pensando ai ristoranti danesi che hanno in dotazione coperte di pile da dare a chi si siede fuori in piena estate, ti rilassi quando vedi prezzi abbordabili intorno a te (la Danimarca è davvero molto cara rispetto ai nostri standard) e rimani a bocca aperta (perché non ti ci abitui mai) dalla bellezza della nostra natura!

Allo stesso tempo rifletti sulle cose che hai letto e visto.

Le pagine di “Metodo danese per crescere bambini felici” sono estremamente interessanti e vi sono consigli pratici così come una filosofia di educazione di fondo che condivido pienamente (sarà il fatto che sono di mamma tedesca).

C’è però una cosa che non mi levo dalla testa: il famoso hygge.

Penso due cose.

La prima è che per avere hygge devi avere un sistema che ti permetta di farlo. Non può essere responsabilità nostra vivere una vita hygge, noi possiamo solo farlo di conseguenza. Non esiste hygge laddove esiste un sistema che permette la discriminazione uomo/donna, laddove la famiglia è una semplice voce di una lista che non arriva mai in alto alla classifica.

Non esiste hygge laddove non è naturale pensare che la normalità è la famiglia riunita dalle cinque del pomeriggio in poi; laddove si devono fare capriole quotidiane tra baby-sitter, nonni, zii, amici per trovare qualcuno che prenda i bambini all’uscita di scuola. Non esiste hygge laddove non si capisce che i bambini non sono un pacco da prendere e spostare e che organizzare chi li va a prendere a scuola è solo un tappa-buchi perché “di certo non può rimanere lì” e se non si capisce che un bambino dopo scuola vorrebbe passare anche del tempo con i genitori (e vice-versa) e non sentirsi un pacco da ritirare.

Non si può avere hygge se ogni attività extra-scolastica è l’ennesima stremante organizzazione e se i genitori devono vivere nella costante sensazione di non voler deludere i propri figli ma di non sapere come fare ad uscire ad un orario decente dall’ufficio. Non si può avere hygge in un mondo in cui si pensa ancora che a contare sia la quantità del lavoro e non la qualità. Non si può avere hygge se la maternità (sorvolo sui licenziamenti) è breve, la paternità è inesistente (quello che c’è è più che altro un’offesa) e i nidi costano cifre astronomiche. Per avere hygge non solo devi credere nel futuro, devi credere in un futuro migliore.

La seconda è che lo stile hygee è anche strettamente legato a una situazione in cui vi sono lunghi inverni in cui si ha voglia di stare tutti insieme davanti ad una bella torta e una tazza di tè fumante (trovo che non sia un caso che la Danimarca sia il regno delle aziende che fanno decorazioni di interni, da Tiger in poi).

Questo però non vuol dire che il concetto di base, ovvero il piacere di stare tutti insieme, non sia già caratteristica di tutti noi, senza necessità di confini o differenze climatiche!

Seduti in riva al mare, con un bel bicchiere di vino bianco, tra chiacchiere e risate oppure seduti intorno ad un fuoco ad aprire castagne con un bicchiere di rosso… alla fine anche questo è hygge… solo che è possibile solo nel fine settimana (e con qualche pensiero che ci offusca la testa in più!).

Un’ultima cosa di cui sono convinta è che parte della felicità dei danesi venga dal mare. In qualunque parte del paese si trovi un danese, in massimo 40 minuti è sulla costa. Il mare libera la mente, fa respirare i polmoni, apre il cuore… e conferisce quell’immenso senso di libertà! E se la geografia difficilmente si può cambiare, allora noi italiani abbiamo una fortuna se non uguale, sicuramente simile!

Ps: Toscana ed Emilia Romagna insieme fanno più o meno la grandezza e la popolazione della Danimarca…

Breve ode al rumore della lavastoviglie

Seduti in riva al mare a farsi coccolare dal rumore delle onde

Sdraiati sul prato a guardare le nuvole che passano ascoltando il cinguettio degli uccellini

In piedi sulla vetta di una montagna rimirando la maestosità della natura e facendosi avvolgere dal suo silenzio

Guidare con la tua canzone preferita che passa alla radio cantandola a squarciagola

Tutto meraviglioso, ma niente batte quel momento dopo pranzo nel fine settimana, FullSizeRender (1)quando la cucina e la stanza da pranzo sono di nuovo in ordine, quando per pura magia siamo tutti più tranquilli e silenziosi (se non addormentati), e  quando in casa cala quella surreale tranquillità destinata a non durare a lungo in cui si sente solo il rumore della lavostoviglie appena avviata!

La vostra spontaneità e purezza sono felicità immediata

Fuori è grigio e piove, il nostro papai è già ripartito per lavoro e io sono sola in casa per prepararmi per un appuntamento importante che avrò domani.

La mia pancia borbotta per la fame e i miei piedi iniziano a diventare freschini. Il mio corpo mi chiede una pausa, ma la mia testa chiede ancora dieci minuti per arrivare ad un punto. Vince la testa. Arrivo al punto. Sono pronta fare una pausa. Ed è in questo momento che, in stile premio, arriva una foto da mia mamma.

E’Bia, che si è addormentata mentre sfogliava la sua rivista di Frozen. In quel momento avevo l’impressione che fuori stesse splendendo il sole, che la fame fosse sparita e che i miei piedi fossero bollenti. Questi nanetti sono così: sono interruttori di un effetto dirompente, di un sorriso automatico, di emozioni pure!

etuttocambio.com

ps un grazie a queste nonne che, nonostante il lavoro, sono felici di trovare l’incastro perfetto per poterci dare una mano in situazioni come queste!

Multi-culti family

Prendete due bambini con genitori brasiliani che abitano a Londra e due bambini con papà per metà brasiliano e mamma per metà tedesca che abitano a Firenze e metteteli insieme una settimana all’Isola d’Elba.pablo (5)

In questa realtà, Woody Allen alla regia sembra un dilettante, Google translate va in tilt e il Late Show ha lo stesso effetto soporifero delle televendite che vanno in onda alle due di notte.

Questi quattro, le cui etè vanno dai cinque ai due anni, hanno giocato ininterrottamente capendosi sempre. Ogni frase da loro pronunciata conteneva parole di almeno due lingue, eppure questo sembrava essere l’ultimo dei problemi, anzi, nemmeno appariva come tale.

Philip e Bia tutto d’un tratto mi dicono che le foglie dell’albero sono green e camminano facendo la marcia delle guardie inglesi. Gli altri due si sono abituati a girare scalzi per il giardino e dicono “Grazie mommy“. Frasi del tipo “Could you please give me the bola?” o “Leggiamo il libro con la Zementmischmaschine?” o  ” Can we watch Rai Yo-Yo por favor?” o ” Grazie muito for this” hanno costruito il quadro di una settimana fantastica in cui tutti noi, grandi e piccoli, abbiamo usato le parole che per prime uscivano dalla nostra bocca costruendo discorsi in cui l’unico elemento chiave era il contenuto, lasciando alla scelta della lingua un ruolo marginale.

Ed è così che questa settimana è volata..lasciandoci tutti concordi sul fatto che “zanzara” è la miglior parola onomatopeica per eccellenza per quell’insetto, che  sentir parlare un bambino con l’accento British è pura dolcezza, che “Vorfreude” descrive perfettamente l’emozione che ci accompagnerà da qui a quando ci rivedremo e che “saudade” non poteva essere la parola più giusta per esprimere quanto già ci manchiamo!

Ordinaria follia

Secondo il programma iniziale, la settimana scorsa sarebbero iniziate le mie ferie. Cinque giorni con i bambini in attesa che iniziassero anche quelle del nostro papai e di goderci insieme le meritate vacanze!

Ad inizio settimana le previsioni metereologiche già la definiscono la settimana più calda dell’anno e un progetto molto importante in cui ci siamo imbarcati sul lavoro scombussola i programmi. In questi casi solo un’organizzazione mentale e fisica può fare la differenza tra una settimana di tragedia e una settimana di controllata ordinaria follia.

Ci sono due cose che ho imparato: 1. Se i bambini capiscono che hai un’altra priorità (in questo caso lavorare), ti rendono impossibile anche solo accendere il computer; 2. Ascoltare il proprio corpo è la chiave per affrontare bene momenti che possono metterti a dura prova.

È così che la prima mossa è fare un grande respirone e avere la consapevolezza che la soluzione è trasformare le giornate di 24 ore in giornate di 48. Mi svegliavo alle 5:30 per lavorare un paio di ore nel silenzio di casa. La giornata era dedicata a loro, con la sola eccezione di un’oretta e mezzo dopo pranzo. Bia fa ancora il riposino e Philip è molto bravo ad alternarsi tra un libro, un puzzle, il lego e la televisione. Quei novanta minuti erano un momento di silenzio in cui in casa si sentiva solo il rumore della tastiera del mio computer. Poi tornava la confusione e il gioco fino alle nove di sera. Momento in cui i bambini dormivano e io accendevo nuovamente il computer. Lavoravo fino a mezzanotte-mezzanotte e mezzo e poi mi concedevo qualche ora di meritato riposo.

Per resistere a questo ritmo due cose mi hanno aiutato: 1. La consapevolezza che successivamente sarebbero iniziate le nostre vacanze in famiglia. 2. Bere tanto, prendere un multivitaminico dopo pranzo, mangiare ogni due ore frutta di stagione.

Essere genitore significa questo e, per quanto stancante, sono orgogliosa di tutto ciò. Ogni attimo di sacrificio è un gesto di amore, ogni neurone necessario per pianificare addirittura il momento in cui prendere un multivitaminico è un piacere ricambiato dai loro sorrisi, ogni sbadiglio è consapevolezza che la felicità è anche questo.

Non si può negare quanto tutto questo sia stancante e faticoso, ma ho imparato che per pablo (4)vincerle, le sfide vanno abbracciate e trasformate in opportunità, perché solo così la vittoria sarà anche un arricchimento personale. L’altro insegnamento è guardare al lato positivo delle cose: ho un lavoro che in questi casi eccezionali mi permette di essere operativa da casa; per due giorni ci siamo trasferiti a casa di mio papà che è più fresca dove si può anche sguazzare nell’acqua; tenendo le finestre chiuse anche da noi la situazione era respirabile (vi sono tante persone che si trovano in situazioni abitative in cui questo caldo è stato insostenibile); ho un lavoro che mi piace…

…è indubbio che questa settimana di ordinaria follia ha aggiunto un mattoncino nella costruzione della mia persona. Ed è così che, con un mattoncino in più, sono felicemente iniziate le nostre vacanze…

 

Piccoli esploratori crescono

Per giorni mi hai chiesto quando sarebbe arrivato il giorno della partenza e quattro giorni fa finalmente è arrivato.pablo (3)

Sono i tuoi momenti con la tua Oma e con la tua bis-Oma. Momenti tutti vostri, in cui ti fai coccolare da loro, in cui scopri nuovi mondi e nuove culture, in cui cresci.

In questo momento sei sulla costa belga, un paradiso per i bambini! Chilometri di spiaggia in cui ad impressionare è più la larghezza che la lunghezza. Spiaggia in cui si gioca con gli aquiloni, si va a cavallo, ci si scambiano fiori di carta pesta con manciate di pablo (2)conchiglie. Spiaggia in cui si hanno centinaia di metri a disposizione per lanciare palloni il più alto o lungo possibile senza disturbare nessuno, in cui la marea che si ritira crea un mosaico di pozze-piscine! Una spiaggia in cui si sta bene anche quando tira vento, il cielo è nuovolo e bisogna mettere una giacca.

Sei felice e quando ci sentiamo la sera, la prima cosa che ci chiedi immediatamente è “posso parlare con Bia?”. Sei felice e vuoi condividere la tua felicità con tua sorella. Noi ti abbiamo fatto partire con serenità e gioia, sai già che sappiamo della tua felicità.

Tu sei così

Tu sei così. Ci vorrebbero milioni di parole per descriverti, o forse nessuna. Guardarti per qualche minuto è più potente di qualsiasi racconto.pablo (1)

Sei la sorellina di casa e ti sei presa e cucita addosso questo ruolo. Sei arrivata per seconda, ma sono gli altri che vengono dietro a te. Sei la più piccola, ma guai a provare a darti una mano nel vestirti. Sei un uragano, ma non c’è animale (dalla formica al cane) che non riesca a farti fermare all’istante per guardarlo, per giocarci. Provi ammirazione per tuo fratello e allo stesso tempo riesci ad averlo in pugno.

Osservi il mondo che ti circonda cercando di capire cosa può rendere buffo il tuo momento. Sei un piccolo nanetto, ma riesci a far ridere un’intera platea di adulti. Sei la più piccola, ma riesci sempre a ribaltare la situazione in modo che i tuoi due anni non siano un limite.

Sei una piccola biondina dagli occhi blu alta meno di un metro che cammina per strada ingannando i passanti che non possono nemmeno immaginare quanto sei magicamente forte ed esplosiva!